Najma è una stella che cammina

-Di Sofia Moudni-

Najma ha 25 anni, ma quella notte è tornata ad essere una bambina fragile.

Najma con la pelle bianchissima, come la neve, nonostante sia nata e cresciuta nella terra dove il sole non lascia quasi mai spazio alla pioggia.

Nell’Africa bellissima che gode di tramonti maestosi, si dice che il sole renda sempre felici come lei che sempre sorridente, le basta poco per esplodere in una risata rumorosa. Ed ogni volta è uno spettacolo guardarla ridere.

Però non è il sole a poter innaffiare le grandi distese dei campi che la maggior parte dell’anno assumono un colore giallognolo, così come il sole non può illuminare certi dolori troppo nascosti. Ma “l’acqua piovana, che spesso non porge saluto a queste terre, viene sostituita dalle lacrime dei suoi abitanti che si lasciano travolgere dalle emozioni più profonde soltanto di notte. Proprio quando il sole non guarda, perché altrimenti si offenderebbe”. Questo mi disse una volta mia nonna molto tempo fa, quando ancora era in vita e mi raccontava le leggende di quell’Africa che sentivo sulla pelle, ma che conoscevo ancora troppo poco.

Nonna aveva ragione, e lo capii quella notte con Najma, meravigliosa notte di agosto, quando in Marocco la luna sembra essere più vicina, quando quasi riesci a toccarla. Luna che sta proprio appesa nel cielo, come per volerci dire che lei è lì rassicurante, per illuminare tutti gli spazi bui che si creano nel nostro petto.

Najma è un nome arabo che letteralmente significa “stella”, e lei è la stella più bella dell’universo, ma non sa d’esserlo.
Lei che spesso mi chiede conferme sul suo aspetto fisico, quelle che non ha mai avuto da un padre troppo egoista per darle attenzioni, perché troppo impegnato a dedicarsi ai figli avuti con l’altra moglie.

Najma è l’unica figlia femmina, nata prima di atri cinque figli maschi, una rosa bellissima, eppure lui, molto probabilmente non avrebbe nemmeno saputo descriverla. Forse non l’ha mai guardata per davvero; sono certa che lui non sappia che Najma ha due occhi scuri e profondi come la notte, i capelli castani, mossi come la vita che aveva vissuto.

Suo padre non sa che il suo colore preferito è il verde come i parchi dove non l’aveva mai portata, e che il suo segno zodiacale è l’acquario, segno d’acqua come quella che aveva spesso versato per colpa della sua assenza. E sono certa che non conosca la sua paura più grande: quella di essere abbandonata.

Quella notte abbiamo steso delle coperte in giardino e ci siamo sdraiate a guardare il cielo dipinto di stelle, l’Orsa Maggiore ci osservava e io desideravo tanto che con la sua forma di carro potesse farsi viva per trasportare Najma fra le costellazioni, lei una stella come loro non si sarebbe sentita estranea come invece si sentiva le poche volte davanti all’uomo che le aveva dato la vita.

Mi voltai per guardarla, dopo qualche giorno sarei ritornata in Italia e non volevo scordarmi i particolari del suo viso.
Najma se ne accorse e ne approfittò per dirmi ciò che non mi aveva mai rivelato: “non sto male perché i miei genitori sono divorziati, so che sono cose che succedono. Ciò che più mi fa stare male è che mio padre abiti nella mia stessa città ma non venga mai a trovarmi, non mi dica mai una parola di conforto, non mi abbracci mai. È mio padre, ma non so che cosa faccia, come stia, come passi le sue giornate.  Nemmeno lui non sa nulla di me. Sono sua figlia ma mi fa pensare io sia solo un peso, o forse uno sbaglio.”

Ricordai le parole di nonna, è vero che la pioggia non fa mai visita qui, però la densità di certe lacrime è sufficiente a bagnare l’intero deserto.

Najma rispettava il sole, durante il giorno quando la luce metteva in evidenza ogni emozione si tratteneva, ma durante la notte si confidava con la luna.

Non vedo l’ora di rivederla perché non sono riuscita a dirle che che una stella non può essere uno sbaglio.

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