Odiare il velo

-Di Sara Gafaar

Odiare il Velo.

Sono nata 29 anni fa in una famiglia mista, mamma italiana e papà egiziano. Mia mamma italiana nata in una famiglia cristiana, aveva il destino segnato fin dalla nascita, infatti è stata battezzata Laila, nome arabo che significa notte. Quando penso a lei e al suo nome predestinato mi viene in mente una donna ardente di imparare, studiare e conoscere le nozioni riguardanti la religione dell’uomo che ha sposato: l’Islam. Mio padre non ha mai esercitato pressioni di alcun tipo, non ha mai forzato né imposto la conversione di mia madre, le ha lasciato tutto il tempo necessario affinché interiorizzasse e facesse suoi i precetti islamici. Difficili, ma affascinanti, e come succede spesso ai convertiti, assetata di ogni scienza divina, leggeva di tafsir, sunnah, sira, sharia e fiqh … e il suo cuore diventava come un bicchiere che non si riempiva mai abbastanza, tanto l’amore per ciò che aveva finalmente trovato. Pensandoci ora, sono tanto fiera di mia mamma, e di tutto il suo percorso consapevole e coerente, ma da piccina non riuscivo ad apprezzarlo.

Nel frattempo io crescevo come una ‘normalissima’ bambina figlia di due continenti, figlia di due culture, figlia di due mentalità diverse che, come i due estremi di un filo lunghissimo stavano cercando quel nodo infondo alla matassa, che pian piano veniva srotolata. Mia mamma lavorava tanto per trovarlo e Dio le renda ogni merito.

Iniziavo a comprendere che mia madre stava compiendo un viaggio spirituale estenuante, fatto di contraddizioni, tante meravigliose prese di coscienza, numerosi passi avanti e anche di qualche passo indietro. Un bel giorno decise di convertirsi: gettando al di là del cancello il suo cuore, scavalcandolo impavida e cominciando a camminare nella sua nuova vita da musulmana.

Fu a quel punto che tutte il suo lavoro personale, le sue prese di coscienza, i suoi passi avanti e, in questo caso, anche i migliaia di passi indietro, piombarono anche nel mio petto; nella mia testa impreparata.

Ricordo che avevo paura, una paura folle che tutto cambiasse inesorabilmente, che la mia vita potesse essere stravolta a causa della decisione presa da mia madre. Avevo 10 anni quando si convertì e per 10 anni, come detto, ho fatto da spettatrice al suo viaggio interiore. Spettatrice di un film che proiettava una trasformazione purtroppo stigmatizzata, in questa società difficile, ostica e prevenuta.

La vedevo costruirsi la sua nuova  identità mattone dopo mattone e ad ogni mattone che aggiungeva al suo viaggio una sola immagine mi offuscava la mente e mi opprimeva il petto. Ricordo l’angoscia folle all’idea che la sua conversione comportasse da parte sua l’indossare il velo.

Odiare il velo come è successo a me, non è spiegabile perché tutto partiva dall’assurda sicurezza che non sarei stata capace di reggere quella visibile differenza.

Ora, penso che tante giovani donne di seconda generazione possano capirmi, ma a quel tempo mi sentivo unica e sola.

Andare in giro con mia mamma mi faceva sentire meno diversa, i suoi capelli castani e occhi verdi mi garantivano una sorta di normalità in mezzo alla folla e il mio cognome straniero veniva messo in secondo piano. Nessuno poteva dirmi che ero diversa perché “la mia mamma è italiana”. Ripetevo questa frase come un mantra cercando di respingere l’idea che questo scudo non mi avrebbe più protetta qualora mia madre avesse indossato il velo. Vedevo le estati spensierate trascorse in costume sulle spiagge di Rimini e di Riccione allontanarsi ad ogni suo passo avanti verso la meta, le mie sicurezze sgretolarsi ogni volta che terminava di leggere un libro e pregavo dentro di me che quel momento non arrivasse mai.

Nei miei incubi lei camminava completamente vestita di nero, e tutta la gente la additiva e poi guardava me e rideva. Certamente stavo elaborando una realtà assurda, quanto improbabile. Pregavo che l’incubo finisse e il momento del ‘velo’ non arrivasse mai.

Quel momento, invece, arrivò eccome. “Sara, domani ti accompagno a scuola con il velo”.

Ecco la doccia ghiacciata arrivarmi addosso e congelarmi improvvisamente l’animo.

Volevo morire, le lacrime scendevano e mi chiedevo come avrei fatto a superare l’imbarazzo e la vergogna di mostrare al mondo la mia nuova mamma, la mia mamma velata. Non potevo credere che mi stesse facendo questo, non potevo credere che avesse preso una decisione così egoistica. Ero arrabbiata, sapevo che sarebbe successo prima o poi, ma nella mia testa c’era solo l’opzione del poi.

Le regole erano chiare: mia madre avrebbe dovuto aspettarmi al parcheggio della scuola e non avrebbe più, per nessun motivo, potuto avvicinarsi al cancello insieme agli altri genitori. Se nessuno l’avesse vista avrei potuto fare finta che questa cosa non fosse mai successa, semplice. Ero in un periodo di negazione totale e all’epoca con mia madre l’argomento non è mai stato aperto.

Tutto questo mi ha segnata molto e per tutta la mia adolescenza ho pensato che il suo velo mi abbia rovinato la vita indirettamente, attraverso la scelta di mia madre, e che mai avrei permesso che me la rovinasse in maniera diretta, ossia indossandolo io in prima persona. Vedevo il velo come un ostacolo, come un nemico dal quale dovevo stare alla larga. Ero segnata nel profondo, ferita da un pezzo di stoffa che era diventato un nemico da tenere lontano.

Mio padre si è comportato con me esattamente come si era comportato con mia madre anni prima. Mi ha vista imprecare contro il velo, mi ha sentita giurare che mai avrei preso la decisione di indossarlo, ma non ha mai espresso giudizi in merito e questo mi alleggeriva il cuore.

Ero ben consapevole dell’importanza del velo, della sua  esplicita raccomandazione coranica e la mia coscienza iniziava a farsi sentire. Vedevo le mie amiche d’infanzia conosciute in moschea, indossarlo una dopo l’altra. Sembrava così semplice visto dall’esterno, ma nonostante tutto qualcosa non mi convinceva e mi turbava l’animo. Ero ancora arrabbiata con mia madre ed ero pietrificata all’idea di affrontare gli sguardi della gente, le loro opinioni, le loro domande. Il rancore e le paure erano più forti della voce della mia coscienza.

Iniziai anche io, come mia madre, il mio viaggio interiore, un viaggio turbolento caratterizzato prevalentemente da contraddizioni continue. Un perpetuo oscillare tra due estremi: lo faccio, non lo faccio; lo metto, non lo metto. Non è stato facile e andò avanti così per qualche anno, fino a quando ho incontrato lui, il mio lui. Avevo 17 anni quando quel ragazzo, che dopo tre anni divenne mio marito, mi ha aiutato ad ascoltare meglio dentro di me. Insieme siamo riusciti a dare voce alla mia coscienza che fino a quel momento osava solo bisbigliare ogni tanto, sopraffatta dal rancore e dalle paure. Ora gridava a squarcia gola e io potevo sentirla forte e chiaro. Non c’erano più dubbi, ero pronta ad affrontare a testa alta prima di tutto me stessa e poi gli altri con i loro giudizi.

Non sapevo come sarebbe stato affrontare la quotidianità a capo coperto, mi sono buttata ad occhi chiusi nell’incertezza totale ma sicura di me stessa.

Certo, le paure erano tante:

Sarei stata discriminata negli studi? Avrei trovato lavoro? Avrei perso le mie amicizie?

A distanza di anni posso dire con orgoglio che sono riuscita a portarmi a casa due lauree, a trovare lavoro e ad avere più amici di prima.

Ma questa è un’altra storia…

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