Nisrine, perché hai tolto il velo ?

Sono Nisrine, ho 23 anni, vivo in Italia da quando ne ho 4. Ho deciso di mettere il velo per la prima volta in terza media, di mia spontanea volontà, ma emulando mia sorella maggiore.

Per questo motivo: per il fatto di aver messo il velo con mia sorella, ho sempre inconsciamente temuto di non averlo indossato con ferma convinzione.

Con gli anni il mio velo è cresciuto con me, con la mia fede, ma tante, troppe volte gli ho attribuito colpe che non aveva:

 “E’ colpa tua velo, se non ho amici!”, “è colpa tua velo, se sono così stupida!”, “è colpa tua velo se tutti mi guardano dall’alto verso il basso”, “è colpa tua, velo, se non si fidano di me e quando sparisce qualcosa si girano tutti verso di me”, “è colpa tua velo se mi chiedono se so parlare l’italiano”, “è colpa tua se mi chiedono se sono maltrattata dalla mia famiglia”.

Questo povero velo si è spesso trovato a essere capro espiatorio di difetti della società, per cui lui non c’entrava nulla! Ma ho maturato la certezza dentro di me che se non ero come mi volevano, era per colpa del velo, che se la gente mi avesse vista senza, sicuramente non avrebbe aggiunto a quel velo e alla mia persona tutta un’altra serie di implicazioni false.

Il motivo della mia ostacolata felicità era quindi il velo. Se avessi tolto il velo avrei avuto tutto quello che mi era stato proibito fino a quel momento: il rispetto e la stima dei miei coetanei, la fiducia delle persone, il sentirmi a casa e non straniera, la libertà di fare le attività che volevo e anche solo di immaginarmi nei panni di qualsiasi lavoratrice. Da ragazza velata ancor prima che da ragazza marocchina o musulmana, i miei stessi coetanei pensavano di me che fossi un’oppressa decerebrata, senza midollo e bigotta. In qualsiasi situazione mi trovassi la prima cosa, che vedevo, o che pensavo la gente avrebbe notato, era il velo.

In tutte queste mie insicurezze però non davo la giusta importanza alle persone che avevo accanto e che mi avevano scelto e che mi sceglievano ogni giorno per quello che ero. Nisrine, che anche se avesse tolto il velo sarebbe rimasta la stessa.

Un’altra cosa con cui ho dovuto spesso fare i conti era la ricerca di un lavoro. Nelle pause estive ho spesso cercato un lavoro da fare, ma pur non avendo niente di meno di ragazze della mia stessa età, potenziali concorrenti, scartavo a prescindere certe candidature. E lo facevo pensando “chi vuoi che prenda una come me con il velo in un negozio come quello? In una posizione come quella?”.

Molte volte invece mi sono fatta sedurre dal pensiero di molti per cui se lo scopo del velo è quello di “nascondere”, “celare” , in una società come questa in realtà non fa che attirare l’attenzione. E oltre al senso di inadeguatezza e isolamento provavo anche un certo senso di colpa, perché se ciò era vero stavo sbagliando. Non fatevi fregare come me da questo genere di “ragionamento”, alla fine di questo racconto capirete anche voi perché questo pensiero non sta in piedi.

Anche quando ho preso la patente, trovavo simpatici alcuni sguardi sbigottiti o stupiti dei pedoni che mi notavano attraverso il parabrezza. Ma forse è importante tener presente che fino all’ultimo anno del liceo ho sempre vissuto in una piccola cittadina. Paesino di provincia o meno, sta di fatto che anche la mia vita universitaria ne ha risentito. A questo punto non so se fosse tanto per il velo quanto per il fatto che ormai ero convinta che chiunque vedesse quel velo automaticamente avrebbe pensato “oppressa”, “ignorante”, “pallosa bigotta”.

E probabilmente il timore di essere giudicata in quel modo aveva già modificato il mio comportamento, non ero più me stessa.

Quello che vi sto per raccontare forse molte di voi l’hanno già vissuto, ma credo che ogni persona lo viva e lo accetti in maniera diversa. Sentire raccontare le esperienze di altri può cambiare le cose, e può farci sentire un po’ meglio. Come si suol dire, “mal comune, mezzo gaudio”, no?

Dovevo cercare casa nella mia nuova città universitaria, questo è successo meno di un anno fa. Dalla prima offerta che ho trovato ho chiamato un numero di cellulare. Ecco che mi risponde una signora a modo, gentile, parliamo normalmente, ci scambiamo informazioni, lei mi confida anche dei fatti familiari e la conversazione si conclude con un appuntamento. Ci saremmo dovute incontrare il giorno dopo di fronte alla banca che si trovava di fianco al polo universitario. All’ora prestabilita ecco che arrivo, con il dovuto anticipo nel luogo dell’incontro, e mi fermo lì, in piedi ad aspettare e osservare quale potesse essere la signora misteriosa. C’erano persone che andavano e venivano, vedo avvicinarsi una donna. Pensai che fosse lei, ci guardiamo negli occhi, lei rallenta il passo, si ferma, fruga nella borsa. Continua a camminare, io la seguo con la coda dell’occhio. No, non era lei.
Ecco che la stessa donna sta nuovamente per passare davanti a me, era tornata indietro. Prendo prontamente il telefono, l’ora stabilita era già passata, osservo la signora. Il telefono squilla.
Il suono proviene proprio da questa figura che sembra aver perso la strada. Lei accelera il passo e si dilegua tra i passanti, da dove è venuta.
Tutto mi è chiaro in un istante, e in un istante ecco che tutto crolla. Al telefono eravamo d’accordo, ma ora faccia a faccia, lei si era fermata all’apparenza.

È proprio qui che è iniziato tutto. La mia voce interiore che dice: “Ecco, ha visto il tuo velo, e ha deciso che non avrebbe neppure parlato con te.” Ma io avevo urgentemente bisogno di trovare una sistemazione al più presto e non potevo permettermi né di perdere soldi né tempo prezioso per lo studio. Era colpa di quel velo se quella donna si era comportata così.
Mi consultai con mio padre, e gli raccontai piangendo quanto era successo, lui mi disse, “figlia mia, se pensi che sia per il velo che porti non c’è male che tu le prossime ricerche le faccia senza”. Qualche giorno dopo il velo era rimasto attaccato al collo, come una sciarpa, e la spilla sul comodino. Mi ero dovuta violentare, avevo tolto il velo per trovare un posto dove abitare, e dove pagare affitto e bollette.

Una volta fatto questo gesto ecco di nuovo sensi di colpa, “dov’è la tua coerenza?”, “vale così poco il tuo hijab?”. “Ormai l’hai tolto, che senso ha rimetterlo più?”. “Il velo è una cosa seria, non puoi trattarlo così.”
Ma con il passare del tempo ho cercato di giustificare il mio gesto, e ho cercato un motivo nobile per quel gesto e per aver abbandonato l’hijab.

È giusto, pensavo, che le nostre scelte non mettano in difficoltà o a disagio gli altri, ed è sbagliato portare il velo rischiando di rovinare l’umore di molte persone, la loro serenità. E ancora, “soprattutto per gli anziani vedere una donna velata così, potrebbe essere una seria minaccia, una cosa destabilizzante, non va bene.”

Ero ormai convinta che il velo era solo una cosa negativa e che mi dava solo guai. Mi convinsi che avevo fatto bene a toglierlo. Trovai poi dove stare in condivisione con delle altre studentesse, e non vedevo che a loro poco importava che io lo mettessi o meno questo velo.

Qualche mese dopo, calmatesi le acque e rasserenato il mio animo, forse anche da tutto lo stress di cambiare di nuovo vita ripresi a riflettere più lucidamente. Da chiunque al quale raccontavo l’episodio che avevo vissuto e il perché avevo deciso di togliere il velo, soprattutto tra i miei coetanei italiani, ricevevo risposte del tipo “Di ignoranti ne è pieno il mondo.”, oppure “Se tu credi veramente in quello che fai non conta quello che pensano gli altri”, una ragazza mi disse “Ma davvero l’hai tolto per persone del genere!? Figurati se io assecondo gente così!”.

Nel frattempo succedeva una cosa interessante, se le reazioni delle persone fuori per aver tolto il velo erano non tanto significative e comunque comprensive, quelle che più mi hanno disorientato e fatto soffrire ulteriormente furono quelle della comunità islamica.

“Perché hai tolto il velo!?” (senza voler conoscere la risposta, ma solo una domanda “accusatoria”), “Si vedeva già da prima che non eri una che lo porta perché ci crede!”, gli sguardi sprezzanti, di disapprovazione, i commenti.

E tutte queste frasi e questi commenti, e il mare di senso di colpa che avevo e di vergogna… Tutto questo era sempre colpa del velo.

Perché chi ti ama e ti rispetta lo fa anche se non hai un pezzo di stoffa in testa!

E invece quei giudizi e pregiudizi, quelle rivelazioni, mi avevano mostrato che forse era solo il velo che mi faceva rispettare nelle mie amicizie, e nessuno voleva capire cosa mi fosse successo, e che cosa stavo passando in quel momento per aver tolto il velo.

E mi resi conto amareggiata, che il razzismo di alcuni, si manifestava anche dopo che avevo tolto il velo, e quindi il problema non si era smaterializzato.

Il problema non era, non è, e non sarà mai il velo.

Ahimé troppo tardi mi ero resa conto che assecondando l’opinione di alcuni, mancavo nell’assecondare quella di altri. E mi resi anche conto troppo tardi che l’aver tolto il velo, aveva dato un bilancio negativo nella mia vita e nella mia felicità. E mi accorsi anche del fatto che fino a quel momento il peso dell’opinione altrui aveva contato troppo nella mia vita. E ancora adesso sto cercando di migliorarmi per questo, per non diventare totalmente egoista e indifferente ma anche per  non dover sempre accontentare l’altro.

Conosco un detto arabo che dice più o meno così: Qualsiasi cosa tu faccia non avrai mai il compiacimento totale delle altre persone. Lo conoscevo già allora, spesso ritorna, ma solo con quanto è successo ho realizzato sulla mia pelle e nelle mie lacrime il significato di questo pensiero. Neanche  gli amici più stretti, neppure i tuoi familiari potranno mai darti l’opinione giusta su di te. E questo vale sia in bene sia in male.
Occorre che l’opinione della gente abbia la giusta e dovuta importanza, che non sia la priorità. E io direi anche che qualcuno deve imparare ad astenersi dal bisogno irrefrenabile di giudicare sempre il comportamento degli altri. Perché avere un’opinione sui fatti degli altri se non li si conosce?

Ora sono mesi che lo porto di nuovo dopo averlo tolto. Potete immaginare la confusione e le perplessità che ho generato nelle persone più vicine e il sollievo di altre… Ma potete anche fare come me, e fregarvene altamente.
Alcune persone potranno non perdonarmi mai il fatto di aver tolto il velo, o il fatto di esser tornata a metterlo, alla maggior parte non importa veramente nulla di quello che faccio. Di una cosa però sono ancora più certa, Dio tutto quello che ho passato lo conosce bene, ed è quello che Dio pensa di me l’unica cosa che conta. Io penso che perdonerà il mio errore, e quello di molte altre ragazze come me.

Dio sa perché Nisrine ha tolto il velo, e poco importa quello che dice la gente, Nisrine e il suo velo appartengono a Dio.

Spero che il racconto della mia esperienza abbia fatto riflettere qualcuno di voi. A me ha sicuramente fatto bene l’avervela narrata.

P.S
Mi stavo dimenticando una cosa! La frase “Non ha senso mettere il velo in una società come questa, perché attira l’attenzione invece di nascondere” non è logica=

  • È vero che il velo attira l’attenzione, però il velo la focalizza su di sé non su ciò che vuole nascondere.
  • Il vero hijab davvero nasconde.
  • Non è Nisrine o Sara o Ruqayya che vengono evidenziate, ma il loro velo, e il velo significa ISLAM a caratteri cubitali! Per questo forse qualche intollerante non lo può vedere!
  • “Islamofobia, esci da questo corpo!

SCRIVETECI VIA MESSAGGIO O NEI COMMENTI LE VOSTRE ESPERIENZE PERCHE’ SONO UTILI PER LE SORELLE CHE HANNO DIBBI O PROBLEMI SIMILI.

1 commento
  1. Valentina
    Valentina dice:

    Mi sono rivista tanto in questo articolo, soprattutto da quando ho lasciato Bologna (di mentalità aperta) per una città del sud in cui non ho mai visto una donna col velo. Gli sguardi, i giudizi sparati a voce alta come se non sentissi, le battute di cattivo gusto e le candidature per lavori che vengono cestinate in partenza. Spesso incolpo il mio amato velo per questo, spesso penso di toglierlo almeno per i colloqui o per la foto del curriculum… ma dopo leggo articoli come questo e penso che non ne vale la pena, che qualcuno col cervello prima o poi lo troverò.
    Ed è così che dopo due anni e mezzo dalla mia shahada ancora non abbandono quel bellissimo e amato pezzo di stofa che mi copre il capo! Alhamdulillah ❤

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